Interviste, Marzo 2022

INTERVISTA A DON ANIELLO MANGANIELLO

In occasione dell’incontro avvenuto mercoledì 9 marzo nell’aula magna della nostra scuola, abbiamo avuto l’occasione di porre alcune domande a Don Aniello...

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In occasione dell’incontro avvenuto mercoledì 9 marzo nell’aula magna della nostra scuola, abbiamo avuto l’occasione di porre alcune domande a Don Aniello Manganiello, parroco della congregazione di Scampia, a Napoli.

D: Perchè ha scelto di diventare prete?

R: La chiamata da parte di Dio ad essere sacerdote costituisce sempre qualcosa di totalmente misterioso, che va scoperto progressivamente: è frutto di scelte quotidiane ispirate al Vangelo, alla Parola rivoluzionaria di Gesù che se accolta provoca domande profonde sul senso e sul valore da dare alla propria vita. La mia risposta positiva alla chiamata di Dio prende corpo nella mia famiglia. Sono nato in una famiglia poverissima, e sono l’ultimo di 8 figli. Non ho conosciuto mio padre perché morì prima della mia nascita. Ho ricevuto una forte educazione religiosa da parte di mia madre. La grande povertà vissuta in famiglia e la grande convinzione che Dio è Padre e si prende cura dei suoi figli, ha fatto nascere in me il desiderio di fare qualcosa per i poveri, per gli ultimi, per quelli che sono emarginati e che non hanno voce. L’esperienza di Dio come Padre ha reso possibile e concreto quel desiderio e quel sogno da bambino con il sacerdozio.

D: C’è una particolare motivazione dietro la sua scelta di aiutare i ragazzi?

R: Negli anni di seminario e in quelli della frequenza all’Università di Teologia avevo maturato, attraverso esperienze di servizio tra gli anziani e i diversamente abili, la richiesta ai superiori di poter vivere il mio sacerdozio nella congregazione dell’opera di San Luigi Guanella, tra disabili e anziani, due categorie che la società tende ad emarginare. I superiori ovviamente videro in me altre qualità e una buona sensibilità nei confronti delle giovani generazioni, e in questo vastissimo e impegnativo campo mi hanno inviato. L’esperienza a Scampia ha fatto il resto. Davanti al dramma e ai pericoli dietro l’angolo per tanti ragazzi non potevo girare la testa altrove. Impegnarsi per il mondo dei ragazzi e dei giovani attraverso il calcio e altre iniziative culturali è diventata una costante della mia vita. Far capire a loro che possono essere altro, liberi da tutto ciò che può rovinare la loro vita.

D: Se potesse tornare indietro compierebbe scelte diverse?

R: Felicissimo di aver fatto questa scelta, la rifarei ancora se potessi tornare indietro.

D: C’è qualche situazione che l’ha coinvolta particolarmente? Le va di raccontarcela?

R: Più di una. La scelta sistematica di rifiutare i sacramenti ai malavitosi, per scatenare in loro la decisione di dare alla loro vita di violenza e di vessazioni una direzione nuova e la decisione di cambiare vita. L’altra situazione che affrontai fu quella di porre fine al furto di acqua che tre camorristi compivano nel campo di calcio della parrocchia. Tre camorristi, avendo costruito abusivamente uno un capannone, l’altro una villa e il terzo con un debito di 10 milioni con l’azienda napoletana che fornisce l’acqua ai cittadini, non potevano avere il contratto con l’azienda, e si attaccarono sull’impianto idraulico del campo di calcio. Mi arrivò una prima bolletta di 4 milioni di lire, e dopo tre mesi un’altra di 3 milioni. Con l’aiuto del papà di un ragazzo dell’oratorio scoprimmo e tagliammo gli allacci. Passai un brutto quarto d’ora. Mi arrivarono diverse e pesanti minacce. La cosa che mi fece soffrire maggiormente fu la solitudine in cui fui lasciato dagli altri sacerdoti della comunità, oltre all’atteggiamento delle tantissime persone della comunità che mi consigliavano di non tagliare, dato che quei tre erano pericolosi. Fu un inizio difficile quello a Scampia, ma queste decisioni segnarono lo stile e la modalità con cui avrei dovuto muovermi in quel territorio: coraggio e fede.

D: Come le sembra che reagiscano i ragazzi durante i suoi interventi nelle scuole?

R: A macchia di leopardo. In tantissime scuole, soprattutto quelle in cui i docenti preparano gli studenti, fanno opera di sensibilizzazione, informano sugli eventuali contenuti e testimonianze che verranno offerti, raccolgo interesse e partecipazione. Laddove non viene messa in campo questa sensibilizzazione, tocco con mano disinteresse e tanta distrazione.

D: Ha qualche suggerimento per chi decide di intraprendere la sua strada seguendo l’insegnamento della Bibbia da lei citato durante l’incontro “beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”?

R: Fare della propria vita una bella e positiva realtà, curvata verso gli altri, richiede un percorso serio di attenzione verso l’umanità, verso le situazioni e le difficoltà che angosciano e scoraggiano le persone, fatto di studio, di disponibilità ad informarsi per cogliere i bisogni della società e decidere di fare qualcosa.

D: Cosa ne pensa degli uomini di Chiesa come lei che invece di difendere gli ideali di giustizia decidono di schierarsi con le organizzazioni mafiose o di assumere un atteggiamento omertoso?

R: Don Abbondio nei Promessi Sposi si lascia andare in questa espressione: “Se uno il coraggio non lo possiede, come può darselo”? E invece no, è possibile coltivare il coraggio a patto che prendano piede nel nostro cuore e nella nostra mente serie motivazioni: il bene per se stessi e per gli altri costituiscono motivazioni importanti. Non mi spingo nell’affermare che ci sono uomini di Chiesa collusi con qualche organizzazione, semmai è la paura di agire, semmai è l’assenza di motivazioni forti, “Cristo e il Vangelo”, che inducono uomini di Chiesa a preoccuparsi più della loro incolumità, piuttosto che di dare risposte alla fame di giustizia delle persone, specialmente in certi territori del nostro Paese.